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domenica 5 luglio 2015

I Rom la razza ultima, intervista a Maurizio Alfano

Una prigionia scandita dai ritmi di un’identità presunta, cucita addosso a uomini e donne con origini e storie differenti ma accomunati dall'appartenenza etnica. Una gabbia di stereotipi che condanna le persone a percorsi di vita già decisi e definiti dai preconcetti altrui, in nome dello stigma di zingaro.
Sotto accusa nel libro “I Rom, la razza ultima - Prigionieri di identità presunte” di Maurizio Alfano, le azioni messe in campo negli anni dalle Istituzioni pubbliche ma anche dal privato sociale. Azioni che, anziché impedire, hanno alimentano le pessime condizioni di vita in cui ancora versano in Italia una parte degli appena 170-180 mila persone di etnia rom.
Dall’esperienza tra i cittadini europei di nazionalità rumena di etnia rom a Cosenza e nel comune di Bisignano, nascono la ricerca e le riflessioni dell’autore, intervistato venerdì scorso, in occasione della presentazione del libro a Reggio Calabria, presso la sede dell’associazione Pagliacci ClanDestini.
Un momento dell'incontro a Reggio Calabria
G.Marino (Opera nomadi Reggio Calabria), M. Alfano, G. Serranò, Santo Nocito (Pagliacci clandestini), Eugenio Naccarato (Amnesty International)
Nel suo libro analizza gli effetti che le identità presunte attribuite all’etnia rom generano nelle politiche pubbliche ma anche nell’azione di associazioni nate con l’intento di facilitare l’inclusione dei rom. I campi sono un esempio significativo dell’immagine stereotipata attribuita a queste popolazioni. Proprio a Cosenza nei giorni scorsi si è assistito al trasferimento forzato di centinaia di cittadini europei provenienti dalla Romania presso una tendopoli, voluta dall’amministrazione guidata dal sindaco Occhiuto, in alternativa al campo di Vaglio Lise.
Quali riflessioni le suscita questa scelta politica?
E’ un’azione sicuramente discriminatoria che si colloca all’interno di una forma di razzismo istituzionale. E’ evidente anche nella misura in cui viene scelta questa tempistica. In concreto accade che oggi il campo è stato completamente demolito dalle ruspe e non esiste più e con un atto notificato ad ogni famiglia si è provveduto al trasferimento forzato presso una tendopoli, in un’area a circa 700 metri distante dal vecchio campo. Quindi non è tanto il luogo in sé che crea un nuovo stato di segregazione, condizione già esistente con il campo sorto spontaneamente. L’atto è discriminatorio se si considera dove oggi è ubicata la tendopoli e cioè vicino ad un cavalcavia, esposto continuamente al traffico. Queste persone in pratica sono state esposte pubblicamente al rischio già sperimentato di subire durante la notte il lancio di oggetti dal cavalcavia, la gente suona il clacson, chiama gli abitanti della tendopoli con toni offensivi gridando “zingari”. Sono stati esposti inoltre al complesso di abitazioni di via Popilia, notoriamente contrario alla presenza di rom. Voglio ricordare che un consigliere comunale eletto da quelle palazzine ha minacciato di darsi fuoco, un consigliere comunale di minoranza, di sinistra appartenente a Sel (Giovanni Cipparrone nda) che ha minacciato di darsi fuoco. Attenzione, non perché delle persone sono collocate forzatamente in delle tende ma perché le tende e i rom sono stati avvicinati.
Queste persone inoltre vengono trasferite nelle tende nei mesi di maggiore caldo. Si arriverà ad uno sfinimento delle famiglie che lasceranno le tende loro malgrado per trovarsi un’altra allocazione.
C’è inoltre una situazione di promiscuità che genera problemi all’interno delle tende. In una tenda ci sono infatti fino a tre nuclei familiari diversi. E’ ovvio che, se le persone vengono costrette in una situazione di cattività, può fatalmente emergere il peggio, per il caldo, l’asfissia, la stanchezza, per aver dovuto lasciare tutto, perché queste persone hanno potuto portarsi dietro solo una coperta ed una busta con degli oggetti personali, del resto non è rimasto nulla.
Una situazione quindi addirittura peggiorativa rispetto al campo
Sicuramente. Ma c’è anche un altro aspetto. Da adesso ufficialmente queste persone per la prima volta vengono censite e inserite in un campo anche se in maniera temporanea.
Cosa si nasconde dietro questa operazione? Da questo momento si possono contare 90 giorni, tre mesi, dopodiché le forze dell’ordine possono chiedere conto a queste persone della loro presenza, chiedere informazione sul come vivono, se hanno un contratto di lavoro, una licenza da venditore ambulante. Dal novantesimo giorno sono espellibili.
Non dobbiamo dimenticare che, in questo caso, stiamo parlando di cittadini europei che arrivano dalla Romania dove quasi sempre hanno vissuto dentro delle vere e proprie case, hanno spesso anche titoli di studio elevati.
E ora si ritrovano in un campo…
Esattamente. Il paradosso è che i rom rumeni che vivono a Cosenza sanno cosa è una casa, sono qui come migranti economici, a volte per poter ritornare in Romania e potersi costruire una casa. Loro non conoscevano prima di venire in Italia l’esperienza dei campi. Arrivano in Italia e si ritrovano a viverci perché nessuno fitta loro una casa e poi per loro riusciamo ad inventarci istituzionalmente anche una tendopoli.
Quale poteva essere una soluzione alternativa?
Anziché creare una tendopoli, con le risorse pubbliche impiegate, si sarebbe potuto  ad esempio dare una dote finanziaria ai nuclei familiari, dare un primo bonus di ingresso per i nuclei familiari e sostenere l’affitto di case, pagando cauzione e un paio di mesi. Il Comune poteva farsi da garante e intermediare per trovare le case in affitto necessarie, nel comune di Cosenza ma anche in quelli vicini. Sarebbe stata una soluzione più semplice e avrebbe avviato processi di relazione tra persone e anche la possibilità di richiedere la residenza. Stiamo parlando di cittadini comunitari, cittadini rumeni che vivono da 8-10 anni a Cosenza senza documenti e senza tessera sanitaria, contrariamente a tutte le leggi.
Si sarebbe potuto anche ascoltare le persone e trovare soluzioni con loro…
Semplicemente si. Bisogna pensare che un’operazione del genere come quello dello spostamento forzato di 450 persone è passato senza un solo incontro con loro, senza minimamente pensare di poter trovare con loro le possibili soluzioni, senza avere i tempi necessari. Non sono mai stati chiamati e questo è accaduto anche a causa delle associazioni, in maniera corresponsabile. Il fatto di farsi sempre da mediatori nei loro confronti non sempre infatti porta a trovare le soluzioni migliori. Spesso ci sono quattro o cinque associazioni che competono in conflitto tra di loro e dicono cose diverse a queste persone che, loro malgrado, non solo non vengono prese in considerazione, si abbandonano fatalmente alle scelte degli altri.
Oltre alla gestione dei campi rom che in Italia ha prodotto anche azioni criminali, come ha svelato l’inchiesta Mafia Capitale, anche la progettazione all’interno della scuola rischia di fare un danno agli studenti di etnia rom. Lei cita dei documenti relativi ai Pof di due scuole reggine (Istituto comprensivo Radice – Alighieri e Istituto comprensivo B. Telesio), nei quali la difficoltà di scolarizzazione di alcuni bambini diventa un problema che sembra essere legato ineluttabilmente all’etnia.
Specifico intanto che nel caso dei rom rumeni di cui parlo principalmente nel libro, si tratta di bambini che nei loro Paesi di provenienza hanno tassi di scolarizzazione altissimi, da questo punto di vista, l’epoca di Ceaucescu ha portato a risultati positivi.
Ma nel caso dei pof delle scuole reggine si parla di bambini italiani
Si, esatto, di rom calabresi. In quei pof sembra si voglia far emergere l’incapacità quasi naturale di queste persone, come se non possano evolversi e strutturarsi nel corso del tempo. Rom, zingaro o nomade o come li chiamiamo, continuiamo ad associarli ad un’identità precisa che indica: non andare a scuola, delinquere, provocare disturbi, avere disturbi del comportamento, non riusciamo a mettere a tema qualcosa di completamente diverso. Che cosa accade nel caso dei rom autoctoni e nel caso dei rom rumeni? Molte associazioni anziché battersi per il diritto alla frequenza obbligatoria nelle ore scolastiche si concentrano sulle attività extrascolastiche e di doposcuola, che si possono anche fare ma prima di ogni cosa non si può abdicare da quello che è il diritto-dovere in capo a quei bambini, che è il rispetto della Costituzione. Non riusciamo a mettere a tema che usiamo anche una terminologia fortemente radicata in noi, ma che non ha un riscontri…
Si finisce insomma con il trattare situazioni diverse in modo uguale sotto lo stigma che viene attribuito all’origine etnica
L’ostinazione di continuare a dire nel caso di Reggio Calabria che ci sono bambini rom o nomadi è letteralmente sbagliato. Quei pof andrebbero bocciati già per questo. Quelli sono bambini italiani a tutti gli effetti, quindi perché trattarli in modo differente aggiungendo un aggettivo? Qualsiasi Ministero dovrebbe intervenire per spiegare che non ha senso aggettivarli in questo modo, che finisce di per sé per perpetuare uno stereotipo. Già di per sé c’è un rapporto differenziale.
Lei percepisce tra le buone pratiche per la costruzione di una società interculturale, l’interazione tra persone di etnia diversa e società maggioritaria, attraverso reti informali che si creano spontaneamente nei territori. Nel suo libro contrappone i sistemi differenzialisti con visione emergenziale ai sistemi universalisti con strumenti e pratiche ordinarie. Un esempio è quello del comune di Bisignano che sembrerebbe essere riuscito con mezzi ordinari a risolvere la potenziale conflittualità tra società maggioritaria ed etnie e nazionalità differenti.
Comincio con il dire che se ancora abbiamo la necessità di parlare di processi di inclusione, di progetti, se ancora abbiamo la necessità dopo decenni di parlare di ciò, vuol dire che qualcosa non ha funzionato. Dobbiamo includere chi? Persone che sono da decenni in Italia? Si sono già autoinclusi, nonostante il nostro essere razzisti, contrariamente al nostro sistema accoglienza. Io credo, per esempio, contrariamente al coro che afferma che la Calabria è una regione accogliente, che Riace e Badolato non possano essere riferimenti per i quali si possa sdoganare tutta la regione perché questi sono paesi dell’accoglienza. Questo è molto importante. Non è uguale mettere a confronto paesi che accolgono migranti che sono profughi e che comunque portano una dote economica.
 I flussi migratori riguardano anche i migranti economici. I paesi veramente accoglienti sono quelli in cui sono presenti i migranti economici che non hanno particolari protezioni ma che competono nel lavoro e attingono anche alle risorse ordinarie dei bilanci comunali. Sono questi i casi a cui guardare, quelli in cui è l’interazione che ha portato ad un processo di inclusione. L’interazione significa lasciare libere le persone da vincoli, potersi confrontare, trovare delle forme di coesistenza. 
In buona sostanza ciò che è successo a Bisignano è dovuto all’assenza concreta di associazioni fortemente strutturate. Questa forma di mediazione che non fa confrontare le persone tra di loro, crea processi di dipendenza. Nel momento in cui io mi approccio come associazione in maniera particolare, chiedo un riconoscimento particolare che non esiste se non in quanto cittadino e persona. l’approccio già di per sè non facilita l'inclusione. 
Molte volte a causa delle identità presunte, quindi nel focalizzarsi sui particolarismi come ho descritto nel mio libro, le forze dell’ordine addebitano ai rom rumeni erroneamente uno stato di apolide ed extracomunitario. Eppure ci troviamo davanti a rom rumeni che da dieci anni vivono a Cosenza, in teoria avrebbero tre cittadinanze: quella comunitaria, quella rumena e quella italiana. Il paradosso è che davanti a cittadini che hanno una tripla cittadinanza continuiamo a contrapporre la condizioni di extracomunitario.
E’ quindi alla società maggioritaria che andrebbero rivolte azioni per migliorare le condizioni di conflittualità che conducono al pregiudizio e alla segregazione?
La società maggioritaria è fortemente compromessa dai media, dalla politica che spingono verso la segregazione delle minoranze e dei migranti. Chi deve avere questo ruolo, chi deve fare questo grande salto sono le organizzazioni, le associazioni, per far capire alla società maggioritaria che non si tratta più di includere persone che già vivono tra di noi. Il problema è l’assenza di interazione, è necessario facilitare il rapporto con le persone. E’ necessario lasciare libere le persone di interfacciarsi, di dialogare anche con le istituzioni, perché di solito nessuno vuole parlare con i diretti interessati. Ciò che è necessario evitare è la creazione di forme di dipendenza che non favoriscono l’autonomia delle persone nella quotidianità.



Dalla copertina di "I Rom, la razza ultima" 

domenica 28 giugno 2015

La Regione punisce l'Opera Nomadi Reggio Calabria, l'ultimatum per il rilascio dell'immobile sede operativa dell'associazione

OPERA  NOMADI    REGGIO   CALABRIA   
Comunicato stampa                                        
Apprendiamo con rammarico che la Regione Calabria ha decretato l’immediato rilascio dell’immobile  che per decenni è stata la sede operativa di un gruppo di volontari, riunito oggi nell’associazione Opera Nomadi Reggio Calabria, presieduta da Giacomo Marino. 
La decisione è stata presa con l’intento di consegnare l’immobile all’Opera nomadi nazionale, guidata da Massimo Converso, in seguito  alle divergenze con il presidente della sezione locale Marino e la consecutiva separazione. 
Con tale decisione, riteniamo che la Regione Calabria ponga un serio ostacolo alle attività dei volontari, costituiti per il 60 per cento da cittadini rom, che storicamente operano a Reggio contro le discriminazioni e per una maggiore giustizia sociale per tutti. Un danno quindi, a nostro avviso, diretto, ancora una volta, alle comunità rom dei territori e all’intero percorso intrapreso contro l’ esclusione e la povertà. 
Negli anni infatti abbiamo portato avanti una battaglia costante e coerente contro l’esclusione e la discriminazione delle famiglie rom di Reggio Calabria.  Con convinzione, abbiamo promosso in via prioritaria l’attiva partecipazione dei cittadini di etnia rom e il superamento della segregazione abitativa,  anticipando di anni quanto richiesto oggi dagli organismi europei e internazionali. Abbiamo operato nel settore scuola, promuovendo metodologie didattiche inclusive e interculturali e che oggi finalmente cominciano ad essere prese a modello anche dalle istituzioni scolastiche. Abbiamo operato nel settore lavoro, fondando la cooperativa Rom 1995, di cui spesso se ne dimenticano le origini, e promosso progetti di formazione e inserimento lavorativo.
Una linea di condotta portata avanti negli anni, anche a costo di critiche severe alle amministrazioni locali e nazionali, non temendo mai le antipatie dei politici di turno insofferenti alle critiche di coloro che non hanno mai tradito, per interessi personali ed economici,  la missione sociale perseguita.
Per questi motivi, ci sorprende la decisione assunta dalla Regione Calabria, che di fatto, punisce il lavoro costante sul territorio di volontari che hanno acquisito esperienza sul campo nel corso degli anni e privilegia invece l’Opera nomadi nazionale, con sede a Roma, e quindi, tra l’altro, slegata dal contesto di riferimento. 
Contro tale decisione abbiamo già presentato un ricorso al Tar.

Reggio Calabria, 27 giugno 2015

F.to da tutti i soci dell’Associazione
Armando Berlingeri
Daniele Berlingeri
Emanuela Berlingeri
Donato Bevilacqua
Marco Bevilacqua  
Vincenzo Bevilacqua
Cristina Delfino  
Antonino Giacomo Marino
Francesco Nucara
Alessandro Petronio
Cinzia Sgreccia




sabato 30 maggio 2015

Finalmente a casa, dopo sette mesi dallo sgombero il (quasi) lieto fine per Loredana e Gianluca

Per oltre sette mesi sono stati privati della casa che hanno abitato per dieci anni. Ieri finalmente il rientro.

Per Loredana, Gianluca e i loro quattro bambini è stata una giornata importante.

Hanno riottenuto dall’Amministrazione Comunale le chiavi che hanno permesso loro di rientrare regolarmente  nell’alloggio popolare da cui erano stati sgomberati lo scorso 21 ottobre, al Rione Marconi (Reggio Calabria). 

Ma purtroppo nulla è come prima.

Lo sgombero forzato ha comportato danni all’alloggio: perdite d’acqua, prese elettriche sradicate dai muri, i segni sulle pareti dei mobili bruscamente prelevati  per essere trasportati in un deposito, l’assenza del contatore elettrico.

«Ringraziamo l’avv. Francesco Nucara, l’Opera nomadi di Giacomo Marino,  l’amministrazione comunale, in particolare il consigliere Giovanni Minniti, - si esprime così, con umiltà e commozione, Loredana - per essersi impegnati  in questi mesi affinché potessimo rientrare in questo alloggio che abbiamo abitato per  10 anni».

E poi con un velo di nostalgia e rabbia: «E’ triste rientrare e trovare l’alloggio in queste condizioni, noi non eravamo abusivi e dieci anni fa entrammo in questa casa con un decreto di assegnazione provvisorio, quando ad ottobre ci hanno sgomberato da qui, per noi è iniziato un incubo».
Loredana e la sua famiglia per un lungo periodo hanno dormito in auto, saltuariamente è stata ospitata, in condizioni di sovraffollamento,  in casa dai suoi genitori.

Per rientrare nell’alloggio popolare del Rione Marconi, Loredana e Gianluca hanno inoltrato da subito una richiesta di regolarizzazione e provveduto, per volontà dall’Amministrazione Comunale, a  demolire un balconcino abusivo, ricavato all’esterno dell’alloggio, un’irregolarità diffusa anche nelle abitazioni circostanti.

«Siamo felici,  ai bambini non sembra vero di tornare a casa ma – continua Loredana –  è una pena trovare la casa in queste condizioni, prima era tutto pulito e in ordine». 

Quando quasi  si commuove guardando le foto di casa prima dello sgombero, Gianluca le accenna un sorriso.  «Pian piano rimetteremo tutto a posto», le dice.

A stento riprenderanno la vita di sempre.


Momenti in famiglia prima dello sgombero

domenica 24 maggio 2015

Visita istituzionale all'ex Polveriera di Ciccarello, tra i rifiuti l'eroica "differenziata" di Enzo

Enzo differenzia i rifiuti tra le baracche
 dell'ex Polveriera di Ciccarello (Reggio Calabria) 
Un'attesa che dura anni ma venerdì scorso qualcosa si è smosso tra le baracche dell'ex Polveriera, nel quartiere di Ciccarello. 


Rifiuti di ogni genere accumulati nel tempo sono stati in parte rimossi grazie all'intervento voluto dall'Assessore all'ambiente Antonino Zimbalatti, su richiesta dell’ Opera nomadi Reggio Calabria, guidata da Giacomo Marino e l'Opera nomadi nazionale, rappresentata a Reggio da Massimo Galante.

Un segnale di attenzione verso le 23 famiglie reggine che vivono da decenni in condizioni disumane, in quell'angolo dimenticato della città.

A mettere piede all'ex Polveriera, oltre a Zimbalatti, anche l'assessore alla Polizia Locale Giovanni Muraca, il presidente del Consiglio Demetrio Delfino, il comandante dei vigili urbani Rocco Romeo e il consigliere comunale Nicola Paris. 

L’avvio della rimozione dei rifiuti è stata possibile grazie all'intervento dei mezzi dell' Avr e all'eroica azione di un cittadino, Enzo, che ha manualmente differenziato i rifiuti, sfidando ogni pericolo, pur di poter rendere le condizioni di vita all'ex Polveriera meno insopportabili, in particolare per amore della moglie e delle sue bambine di 6 e 1 anno.

Un'operazione di pulizia che comunque non distoglie dall'emergenza abitativa delle famiglie, che vivono in condizioni di precarietà perenne, sia per i rischi igienico-sanitari ma anche per l'incolumità fisica, dovuta al possibile crollo di una parte di un edificio.

Da anni questa famiglie, in gran parte inserite nelle graduatorie per l'assegnazione di alloggi popolari, chiedono di avere la possibilità di vivere come ogni essere umano avrebbe diritto. 

Pericolo di crollo dell'edificio nell'area
dell'ex Polveriera di Ciccarello 
L’Opera nomadi Reggio Calabria, guidata da Giacomo Marino, ha già proposto all’amministrazione Falcolmatà la realizzazione di un intervento di dislocazione abitativa. 

Si attendono risposte per iniziare a mettere  un punto alla storia di esclusione delle famiglie dell’ex Polveriera.


Per chiudere finalmente un brutto e vergognoso capitolo che dura mezzo secolo.  













Foto di Paula Kajzar









giovedì 12 marzo 2015

Una casa sicura per il piccolo Armando, la sua storia su Rai 1

La storia di Armando, bambino autistico di 7 anni, nel servizio in onda su Rai 1, nella puntata di "Storie vere" del 10/03/2015. 
L'appello al prefetto Claudio Sammartino per trovare una soluzione al disagio abitativo della  famiglia residente a Melito Porto Salvo (Rc). 



venerdì 6 marzo 2015

Caos nella gestione degli alloggi popolari: un ricorso al TAR per chiedere legalità


Di seguito il comunicato diffuso dalle associazioni Ancadic, Reggio non Tace e Opera nomadi Reggio Calabria


Una gestione dell’edilizia popolare in violazione della legge e a danno dei cittadini.  E’ quanto denunciano in un ricorso al Tar di Reggio Calabria, l’Avv. Francesco Nucara, in rappresentanza dell’associazione Ancadic, e l’avv. Nicola Santostefano del movimento Reggio non tace, con il sostegno dell’associazione Opera Nomadi Reggio Calabria.
 
Il ricorso fa seguito alla mancata risposta dell’amministrazione comunale di Reggio Calabria ad un diffida presentata nel dicembre del 2013 ai sensi dell’art. 3 d.lgs 198/2009.

Anche allora l’Ancadic, l’Opera nomadi, Reggio non tace e singoli cittadini, organizzata una class action, chiesero conto all’amministrazione comunale dell’assenza di controlli e verifiche sui requisiti delle assegnazioni degli alloggi popolari, come previsto dalla legge regionale 32/96 .

Di fatto una grave inefficienza amministrativa che causa tutt’oggi la fittizia indisponibilità di alloggi da assegnare alle famiglie con un reale bisogno abitativo.

L’assenza di verifiche sulle assegnazione infatti determina tutt’oggi una situazione di «ingiustizia sociale – si legge nella premessa del ricorso al Tar -   attuata da una politica comunale della casa che, pur gestendo  un grande  patrimonio di Edilizia Residenziale Pubblica nel quale ci sono tantissimi alloggi non più abitati dagli assegnatari, non applica la normativa vigente per far rientrare tali alloggi nella disponibilità comunale per assegnarli alle tante famiglie che ne hanno fatto richiesta, perché versano in stato di grave bisogno e sono privi di un alloggio idoneo».

Una situazione già rilevata anche nella relazione della Commissione di accesso al Comune di Reggio Calabria che ha condotto nel 2012 allo scioglimento del Consiglio Comunale.

«Tale situazione di palese ed ingiustificato inattivismo – scrissero gli ispettori ministeriali - ha evidentemente determinato situazioni di palese irregolarità nelle quali, verosimilmente, alcuni inquilini hanno continuato a mantenere la disponibilità dell’alloggio popolare pur non avendone i requisiti ed a discapito di altri soggetti in stato di concreta ed attuale necessità».

Prova dell’assoluta inefficienza e illegalità nella gestione dell’edilizia popolare, anche la risposta dell’amministrazione comunale ad una richiesta di accesso agli atti. Emerge infatti, oltre all’assenza delle verifiche, anche l’errata conoscenza dell’effettive assegnazioni in via d’urgenza previste dalla legge regionale. Secondo l’amministrazione sarebbero ben 770 gli alloggi assegnati in via d’urgenza.

Ma la realtà è un’altra. Alcuni assegnatari risultano infatti deceduti, altri hanno ottenuto alloggi in via ordinaria perché in graduatoria; a questi si aggiungono gli assegnatari che inspiegabilmente sono beneficiari di molteplici provvedimenti  di assegnazione.

Una totale confusione illecita che si consuma ai danni di famiglie con gravi situazioni di disagio abitativo. 
A tale imperdonabile assenza istituzionale si chiede con fermezza di porre rimedio.



Presidente  A.N.C.A.D.I.C.
F.to Avv.to Francesco Nucara


Per  il  Movimento Reggio Non Tace
F.to Avv.to Nicola Santostefano

Per l’Opera Nomadi Reggio Calabria
F.to  D.ssa Cristina Delfino
F.to  Antonino Giacomo Marino


martedì 3 marzo 2015

Nessuna casa sicura per il piccolo Armando, bimbo autistico e allergico: la sordità delle istituzioni a Melito PS (Rc)

Pentedattilo,
 l'area verde a pochi metri dall'alloggio
proposto alla famiglia di Armando 

Dovrebbe vivere in un luogo pulito, lontano da coltivazioni e spazi incolti e in prossimità dei servizi essenziali, come ospedale e scuola. Invece Armando, bambino autistico di 7 anni, vive con i suoi genitori, in quel che rimane del campo rom di via del Fortino, a Melito Porto Salvo.
Nel 2012 l’amministrazione comunale assegnò alla sua famiglia un alloggio popolare nella frazione di  Lacco ma la vegetazione nella zona circostante causò al bambino una forte allergia che costrinse la famiglia a ritornare  dopo tre mesi nel campo, ospitata da parenti non ancora assegnatari. 
Da allora i genitori di Armando, sostenuti dall’Opera Nomadi Reggio Calabria, chiedono un cambio alloggio per poter garantire al proprio figlio migliori condizioni di vita.
Unica alternativa finora ipotizzata dai commissari che oggi amministrano il Comune dopo lo scioglimento, è un alloggio in località Pentedattilo. Proprio uno degli alloggi acquistati in passato dal Comune di Melito per favorire, dicono le indagini della magistratura, gli affari della cosca Iamonte. Un alloggio che la stessa commissione straordinaria nel dicembre 2014 dichiarò privo di vegetazione e quindi idoneo per il piccolo Armando.  
Ma la realtà purtroppo è un’altra. Solo a pochi metri dall’alloggio è presente un’area verde incolta che scatenerebbe le reazioni allergiche di Armando. Pentedattilo inoltre, oltre ad essere una suggestiva località dell’Aspromonte, è distante dall’unico ospedale nei pressi di Melito PS ma anche dalla scuola frequentata dal piccolo, in località Pilati. «Spesso mi chiamano da scuola perché Armando non ha il controllo degli sfinteri e devo cambiarlo oppure perché non riescono a gestirlo – racconta Antonella, la mamma- come potrei raggiungerlo? La scuola dista circa 7 chilometri».
La famiglia di Armando vive con meno di 300 euro al mese. La sua pensione di invalidità è l’unico mezzo di sostentamento, da quando suo padre nel 2011 ha perso il lavoro nella cooperativa che gestiva il servizio di spazzamento delle strade di Melito, ora affidato ad altra ditta.
Due volte la settimana, i genitori  continuano ad accompagnarlo presso una casa di cura a Reggio per fare terapia, affinché il loro unico figlio faccia progressi e, magari un giorno, parlare.
Continuano a sperare in un miglioramento della sua vita.
 «Armando– racconta ancora Antonella -  avrebbe bisogno di uscire all’aperto, di andare in bicicletta».
Semplici attività quotidiane troppo complicate per lui,  perché il campo in cui vive oggi è una discarica a cielo aperto, tra rifiuti, eternit e residui edili, abbandonati,  nell’indifferenza delle autorità,  da coloro che in quel campo non devono viverci.
Eppure l’Opera Nomadi da tempo segnala alloggi popolari nella zona di Melito, disabitati o utilizzati dagli assegnatari per scopi non idonei. In uno, si dice, che, dopo la morte dell’assegnataria, viva un gatto.
Difficile capire perché il Comune non provveda a far rientrare questi alloggi nella propria disponibilità, così come prontamente paventato ai genitori di Armando per l’alloggio di Lacco.
Davvero tutto troppo complicato, non solo per il piccolo Armando. 

Cristina Delfino
Giacomo Marino